Descrizione
Opera originale con certificato di autenticità, più foto dell’opera con firma dell’artista.
| Tecnica |
acrilico e ferro ossidato su mdf |
| Anno | 2008 |
| Dimensione | grande |
| Altezza | 50 cm |
| Larghezza | 50 cm |
| Profondità | 4 cm |
Cenni critici e mostre
Osservando quest’opera di Francesco Biondo, emerge una composizione in cui gesto pittorico e materia si intrecciano in una tensione dinamica fra superficie e oggetto. Una vasta campitura arancio-terrosa, attraversata da zone di verde cupo e bianco calcareo, sembra evocare una forma organica, quasi un frammento di paesaggio o di corpo, sospeso tra movimento e erosione. Il colore è steso con forza e discontinuità, lasciando affiorare zone di luce e d’ombra che suggeriscono una dimensione di tempo e trasformazione. Sulla superficie pittorica si innestano due elementi metallici – ferri ossidati, forse strumenti o resti di un gesto di lavoro – disposti in diagonale, a incrocio, come segni tridimensionali che interrompono la pura astrazione del colore. La loro presenza introduce un senso di memoria materiale, un ritorno alla concretezza del lavoro e della fatica, al confine tra pittura e scultura. L’opera vive dunque in una soglia: tra gesto e reliquia, tra terra e metallo, tra astrazione e traccia umana. La pittura, vibrante e istintiva, accoglie la materia come testimone silenzioso del tempo, trasformando il frammento in paesaggio interiore.
In *A margine dei quotidiani clamori*, la pittura di Francesco Biondo si fa luogo di resistenza e ascolto. Il gesto, denso e materico, accoglie frammenti di ferro come ferite della realtà: segni del lavoro umano che sopravvivono al rumore del presente. Nel silenzio del colore, la superficie si apre come una memoria viva, dove la materia continua a parlare di ciò che resta — oltre il clamore, oltre la cronaca.
Un gesto che si fa soglia: tra pittura e materia, tra silenzio e memoria. Biondo raccoglie il rumore del mondo e lo trasforma in traccia, in respiro lento della terra che resiste al clamore.
Presentazione d’autore
Questo lavoro appartiene alla serie *A margine di…*: un’indagine sul confine, su quella condizione sospesa del trovarsi ai bordi di un luogo, di un evento, di un tempo. È una posizione ambigua — a volte esclusa, a volte privilegiata — perché permette di essere dentro e fuori insieme: partecipi, ma con uno sguardo che si concede la distanza necessaria per comprendere. L’opera nasce dal ritrovamento di frammenti metallici, ingranaggi di un macchinario agricolo abbandonato nei pressi di un cascinale del Piacentino. Resti di un lavoro quotidiano che un tempo produceva suoni e rumori costanti, quasi una partitura di fatica e necessità. Ora, quei ferri tacciono. Ma nel loro silenzio rimane impressa la memoria del movimento, l’eco dei gesti ripetuti, il ritmo delle stagioni. Il margine, oggi, è forse proprio in questa memoria: nelle molle ormai inerti, e nella mia stessa posizione — quella di chi osserva il passaggio di una macchina e immagina ciò che accade oltre il rumore. La pittura accoglie tutto questo: la massa centrale, come fonte di energia, e il paesaggio intorno che si fa rarefatto, attraversato da una sequenza di presenze blu, a scandire un respiro, un ritmo interiore.




